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IL PIANETA RUSSIA - SECONDA PARTE
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21/06/2010 12.09.00
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 L'ERA DI STALIN
La politica introdotta da Lenin aveva in qualche modo puntellato la vacillante situazione economica che si era sviluppata dopo la “Rivoluzione d’Ottobre” e la conseguente guerra civile, ma non era sufficiente a far progredire verso la tanto agognata meta socialista e, soprattutto, stava mettendo dei presupposti antitetici con l’ortodossia marxista. Il denaro, il possesso e l’accumulo di beni materiali era ancora l’unica musica comprensibile e con la potenza degli stessi si stava creando una nuova classe di spregiudicati investitori che, grazie alle aperture al mercato volute da Lenin, stava accumulando una fortuna ingente: i kulaki, ossia i contadini ricchi che a loro volta creavano dei sudditi da sfruttare. Si stava verificando quasi un paradosso storico; nel Paese ove si era svolta la prima Rivoluzione proletaria stava fiorendo una nuova forma di prevaricazione e di sperequazione sociale talvolta anche superiore agli stessi nemici: i paesi capitalistici. Quindi avevano ragione gli economisti occidentali che avevano profetizzato un futuro molto effimero al nuovo Stato?
Era una vera e propria eresia, un attacco ai principi del nascente socialismo che doveva essere individuata, controllata e smantellata.
I leader bolscevichi, dopo la morte di Lenin, non avevano le idee molto chiare e soprattutto erano divisi sul modo di ripristinare una modalità marxista in quest’oasi di dispersione e le loro incertezze erano proiettate sullo stesso popolo confuso ed affamato, complici anche le carestie che si erano verificate in quel periodo.
Anche la Storia possiede le sue regole matematiche e fisiologiche: quando la situazione popolare diventa insostenibile e le decisioni collegiali non riescono a sortire effetti positivi entrano in gioco i provvedimenti drastici e radicali emanati dal cosiddetto “uomo forte”, una specie di “deus ex machina” che dovrebbe assumere su di sé l’intera responsabilità decisionale e risolvere la situazione. E’ la nascita della dittatura. L’uomo in questione è un georgiano rude e grossolano, con una vita condotta tra carcere, latitanza, campi di lavoro, rapine per sovvenzionare il partito ed esilio, Josif Stalin, un uomo che, nel bene e nel male, ha condizionato in modo determinante tutta la storia del secolo scorso. Il suo modo di ragionare era semplice e pragmatico, machiavellico per usare un termine classico, cinico, crudele e spietato per ricondurre il tutto alla realtà. I kulaki si erano arricchiti troppo ed erano un pericolo per la nascente ideologia socialista? Va bene li eliminiamo o li rendiamo inoffensivi, è tanto semplice. Inizia così una caccia alle streghe rivolta contro quelli che in qualche modo non erano utili alla propedeutica del partito. I kulaki vengono così sterminati o trasferiti in Siberia ad iniziare un nuovo tipo di lavoro in qualità di semplici contadini nelle nuove fattorie collettivizzate, i cui utili andranno per la maggior parte allo Stato.
Stalin ebbe un grande oppositore, “Lev Trotsky”, che non ne condivideva le idee ed intendeva esportare la Rivoluzione in tutta Europa, convinto che ormai il proletariato fosse pronto a seguire le orme bolsceviche, soprattutto nella derelitta Germania del primo dopoguerra ove, quotidianamente, si svolgevano manifestazioni e sommosse popolari, sintomi di un malessere sociale profondo che sfocerà poi nell’antitesi del socialismo: il nazismo.
Per liberarsi di questo scomodo personaggio Stalin agì in modo cauto ed acuto, come voleva lo spessore carismatico del suo antagonista. Allearsi e dividere il potere con il rivale non era immaginabile per un uomo così sfrenatamente ambizioso come Stalin e quindi decise di scalzarlo usando un’alleanza con i bolscevichi più influenti. Trotsky fu dapprima esautorato, poi esiliato nella periferia dell’immenso paese ed infine, quando decise di espatriare e condurre una lotta propria per il socialismo e contro il dittatore georgiano, venne raggiunto a Città del Messico dai sicari di Stalin e ucciso.
Liberatosi dei suoi oppositori interni il leader sovietico interruppe bruscamente il progetto economico di Lenin (la NEP) avviando per l’agricoltura la collettivizzazione forzata, di cui abbiamo già accennato, incrementandola con l’introduzione di macchinari che avrebbero dovuto sanare una delle piaghe ataviche dell’URSS, il sostentamento agricolo. Il secondo passo fu la soppressione del commercio privato e l’ideazione di un piano programmatico per l’evoluzione dell’industria, in special modo quella pesante, impiegando circa la metà del reddito nazionale. Era evidente l’idea di trasformare un Paese povero ed arretrato in una grande potenza industriale e per attuare questo progetto ricorse in modo massiccio all’importazione di tecnologia dall’estero, sia come macchinari, sia in forma di intelligenze umane. Per completare l’opera ed avviare il suo Paese verso un’autonomia creò una fittissima rete di scuole per debellare l’analfabetismo e preparare i nuovi tecnici del futuro interamente educati nella madrepatria. Il piano industriale ottenne gli effetti desiderati, non così favorevoli furono i risultati ottenuti dall’agricoltura che rimarrà sempre il punto dolente dell’economia sovietica.
Il nome di Stalin è però inscindibilmente legato alle sue epurazioni, alle persecuzioni che egli attuò verso tutti i dissenzienti e gli oppositori, utilizzando ampiamente i campi di concentramento, i famigerati “Gulag”, per internare e frantumare la resistenza di vecchi colleghi bolscevichi, di intere strutture dell’Apparato che erano refrattarie alle sue imposizioni. Non risparmiò quasi nessuno, sopprimendo anche coloro che avevano condotto le repressioni dietro suo ordine. Il principale uomo di cui si servì e poi fece uccidere fu Ezov, denominato “nano feroce”, un omino piccolo ed insignificante che seminò il terrore per anni in tutto il territorio sovietico.
Anche l’esercito rappresentava un pericolo, per la crescente forza che stava assumendo, e Stalin affondò la lama dell’epurazione anche nelle massime sfere della gerarchia militare. Questa volta però il dittatore georgiano non brillò per tempestività, agendo nel momento meno favorevole.
Infatti, proprio in quel periodo di grave crisi interna alle Forze Armate, si affaccia all’orizzonte un nemico molto più pericoloso delle diatribe interne del potere: la Germania di Hitler, che intendeva espandere il suo territorio proprio ad oriente a spese dell’Unione Sovietica. Infranto il patto di non–aggressione redatto due anni prima dai rispettivi ministri degli Esteri, le armate tedesche dilagano nella pianura russa per centinaia di chilometri, sbaragliando ogni tipo di resistenza incontrata e raggiungendo la periferia di Mosca. A questo punto, quando il destino dei sudditi di Stalin e di tutto il mondo libero sembra ormai segnato, il popolo sovietico ha un grande sussulto d’orgoglio ed attua la sua grande controffensiva dimostrando anche ai più scettici e sfiduciati che anche le fino allora invincibili armate tedesche erano un colosso dai piedi d’argilla. Ha inizio quella che lo stesso Stalin definirà “la guerra patriottica”, una lunga, estenuante e barbarica lotta che si concluderà soltanto quattro anni dopo quando l’“Armata Rossa” conquisterà, lottando casa per casa, la capitale del Terzo Reich: Berlino. Emblematica ed indimenticabile l’immagine di quello sconosciuto soldato sovietico che svelle dal tetto del Parlamento tedesco la bandiera con la svastica per sostituirla con quella sovietica.
Prima della conclusione della guerra Stalin ebbe modo di dimostrare ancora una volta le sue indubbie doti di politico pragmatico ed opportunistico alla conferenza di “Yalta ”che si svolse nel febbraio del 1945. Con la benedizione di Roosevelt e di Churchill riuscì ad estendere il suo potere su tutti i territori dell’Europa orientale ed a porsi in condizioni strategicamente importanti nell’Estremo Oriente ed in Germania.
Nel pieno della guerra fredda, dopo che la sua concretezza e la sua indubbia capacità politica permisero all’URSS di diventare la seconda potenza mondiale, Stalin morì improvvisamente nella notte tra il 4 ed il 5 marzo del 1953 lasciando un capitolo aperto tutto da scrivere: la sua successione.
Con Stalin scompare una delle personalità più discusse e contraddittorie del secolo scorso; temuto, odiato, idolatrato, apologizzato dai proletari di tutto il mondo ancora ignari della parte oscura che dietro al suo nome si celava, increduli poi nell’apprendere dal suo successore le nefandezze perpetrate. La Storia non ha ancora emesso un suo verdetto definitivo o quanto meno obiettivo su questa figura, dipende dall’epoca in cui sono stati pronunciati tali giudizi. Ogni epoca ha espresso uno Stalin diverso, almeno nelle valutazioni storiche.
Roosevelt, che ebbe con lui contatti diretti e determinanti per lo sviluppo del futuro, lo stimava ed ammirava il suo pragmatismo, Churchill, Truman e la maggior parte dei politici americani lo detestavano vedendone un emblema del Male. Forse la gratitudine per il suo imprescindibile apporto dato nella sconfitta sul nazismo ha ammorbidito anche le critiche più severe che si sono susseguite al termine della seconda guerra mondiale, facendone un personaggio dai contorni non ben delineati.
Kruscev ha iniziato a scalfirne il mito denunciandone pubblicamente i misfatti e la sua insaziabile sete di potere, ma non era sufficiente ad abbattere trent’anni di stalinismo e di idolatria da parte di chi credeva ancora fermamente nel comunismo e nelle sue utopie ed il suo mito ha ondeggiato tra un estremo e l’altro fino all’avvento di Gorbaciov. Con lo scioglimento dell’Unione Sovietica è arrivata la sua implacabile demonizzazione senza remissione e senza attenuanti, paragonato a Hitler ed alla sua perversa ideologia. Ma non è sicuramente un giudizio unanime e definitivo…(continua)
GUALTIERO EPINOT
INTERVISTA A STALIN
Lasciamo agli studiosi le loro valutazioni analitiche ed aride e cerchiamo di approfondire questa tematica dalla viva voce dell’interessato che ci accoglie nelle fredde e buie sale del Cremlino offrendoci un’ospitalità accogliente ma distaccata ed un po’ sospettosa come d’altronde è nella struttura del nostro personaggio, ricordandogli che non siamo ambasciatori di pace ma di polemiche, desiderosi di comprendere meglio quel guazzabuglio di controversie che si sono sempre legate al suo nome. E la polemica ha immediatamente inizio facendo presente che il ruolo di vincitore della seconda guerra mondiale lo ha sempre messo in una posizione di privilegio per quello che concerne i giudizi espressi su di lui.
Signor Primo segretario se Lei avesse perso quella guerra…
- No, no, guardi la interrompo subito perché ciò che lei sta proponendo è un’ipotesi irreale, noi quella guerra non l’avremmo mai persa, non potevamo perderla perché avrebbe comportato la nostra estinzione o, peggio ancora, la nostra riduzione in schiavitù; piuttosto saremmo morti tutti in combattimento, non esistevano alternative. Le dirò di più, il mio Paese ha contribuito in modo determinante alla sconfitta del nazismo, che sul fronte orientale ha avuto quasi l’ottanta per cento delle sue perdite.
D’accordo questo l’avevamo individuato anche noi occidentali ma, indipendentemente dall’esito della guerra, Lei comunque ha subito un processo storico, dal quale non è uscito certo innocente; le prove dei suoi misfatti, delle sue epurazioni sono state evidenziate subito dopo la sua morte dal suo successore Kruscev.
- Non so di quali misfatti mi si possa accusare, io ho adempiuto in pieno al mio dovere, al piano strategico che avevo il dovere di portare avanti dopo la morte di Lenin, trasformare il mio Paese, condurlo da una condizione di profonda arretratezza ad uno sviluppo economico e sociale e sicuramente ci sono riuscito. Quando sono diventato il leader del Cremlino, in Russia la situazione era disperata, imperversavano la fame, le carestie e le ingiustizie sociali e noi mendicavamo un tozzo di pane dai paesi più ricchi che ce lo concedevano ma ad interessi elevatissimi. Quando sono morto l’URSS era la seconda potenza mondiale e non solo dal punto di vista militare, questo nessuno lo può negare.
Io intendevo soffermarmi su tutte le persecuzioni che Lei ha inflitto ai suoi colleghi di partito, ai suoi amici, a chi non la pensava come Lei, ai processi farsa condotti negli anni trenta.
- Ma come può affermare una cosa del genere! In Occidente, specialmente da voi in Italia, quando si rimuovono i ministri si chiama “rimpasto” od amenità simili ma il contesto è profondamente diverso. La rivoluzione del 1917 ha sovvertito un tipo di governo, non ha cambiato la mentalità della stragrande maggioranza della popolazione russa, legata a concetti di potere individualistici, alla corruzione, sempre pronti a manovre di palazzo per incrementare il proprio potere. Voi la chiamate “Mafia”, ecco da noi forse è ancora peggio. Il mio obiettivo era quello di condurre il Paese verso una forma di socialismo ed il grande nemico non era all’esterno, ma proprio nei gangli vitali del nostro sistema. Non potevo convivere con chi prima o poi mi avrebbe esautorato; avevo l’obbligo di mutare in continuazione i quadri del partito, dell’apparato burocratico, dai vertici alla base.
Mi sta dicendo che tutti i massacri da Lei perpetrati sono stati fatti per il bene del suo Paese, per introdurre e consolidare il Socialismo in Russia?
- Certamente! Lei che pensa che un leader non sappia che il suo potere, ed io amavo molto il potere, ha ben poco valore se i suoi sottomessi non vivono in una certa condizione di benessere? Se il popolo soffre ad un certo punto diventa come una molla compressa che prima o poi emana tutta l’energia che ha accumulato ed allora esplodono malcontenti, insurrezioni che non sono più gestibili, neanche con la più feroce delle repressioni. E poi senta, sia Lenin che il mio successore, sì proprio il mio detrattore ucraino, Kruscev, hanno perseguito i miei stessi obiettivi, smantellare quell’associazione a delinquere, quella mafia che si nutriva proprio del nostro stesso cibo, che accumulava ricchezze spropositate a dispetto del popolo a cui non arrivavano mai tutti i sostegni inviati da Mosca, dal partito e dalle sue organizzazioni. Come vede però è stata una battaglia persa, alla fine l’hanno spuntata loro, forti anche dei finanziamenti occidentali.
Quando è terminata la seconda guerra mondiale tutti i comunisti d’Europa aspettavano che Lei accorresse in loro aiuto, forte della sua supremazia militare. “Prima o poi verrà Baffone!”, questo era lo slogan che il popolo, digrignando i denti, mormorava quando subiva delle ingiustizie.
- Questo lo sapevo e debbo affermare che mi lusingava, ma sinceramente il mio Paese era stufo di guerre e di sangue, voleva stare in pace e ricostruire quello che era andato perso durante il conflitto; lo sa che noi abbiamo avuto circa quaranta milioni di morti e una parte di territorio interamente distrutto? Sinceramente l’Europa occidentale non mi interessava, almeno nell’immediato futuro, anche se sicuramente avrei trovato un’accoglienza molto favorevole. Eppoi, questo è inconfutabile, io ho sempre rispettato i patti ed a Yalta avevamo deciso che l’Europa occidentale non era nella nostra zona d’influenza e così è stato.
Sia sincero signor Primo Segretario, quanto ha influito l’atomica americana nel frenare i suoi piani espansionistici?
- Ha avuto lo stesso peso deterrente di quello che ne avrà per gli occidentali qualche anno dopo in Corea, quando, dal momento che anche noi eravamo in possesso dell’arma atomica, hanno preferito patteggiare piuttosto che innescare un conflitto nucleare di proporzioni incalcolabili in quella zona del mondo. Tutti avevamo capito che la Storia aveva subito un sussulto decisivo: era iniziato un periodo di tatticismo, di logoramento diplomatico, di guerre mondiali non era più il caso di parlare, erano semplicemente improponibili. Dal momento che Lei mi ha mosso solo delle accuse voglio però ricordarle che io non ho mai minimamente minacciato nessuno con il deterrente nucleare; in politica estera sono sempre stato uno strenuo difensore della pace e delle trattative diplomatiche, ho persino accettato l’alleanza con Hitler per evitare una guerra; saranno poi i nazisti ad infrangere quel patto. Dal mio Paese non sono mai partiti ordigni che hanno assassinato mezzo milione di persone in pochi secondi per mandare messaggi intimidatori a qualcuno, e non mi venga a raccontare la favoletta dello stato di guerra, perché il Giappone a quel punto era come un pugile suonato che anche un bambino avrebbe potuto abbattere con un soffio. E’ stato uno dei peggiori crimini contro l’Umanità che la storia ricordi, al cui confronto anche i miei eccessi sono facezie.
Che cosa le fa venire in mente la parola “Gulag”? Il mio interlocutore, che fino a quel momento aveva ostentato una spavalderia ed un’arroganza disarmanti, sembra avere qualche piccola difficoltà, il suo viso imperturbabile sembra lievemente alterarsi e corrucciarsi ed attende qualche attimo prima di profferire alcunché, poi la flemma e l’innata marpioneria politica hanno il sopravvento.
- I colpevoli di reati vanno sempre puniti, il punto è di stabilire le pene e le modalità con le quali vengono eseguite le punizioni. Da noi il reato più grave era quello di attentare allo Stato socialista ed ai suoi principi e quindi le contromisure da adottare erano proporzionali alla pericolosità sociale. Questi individui andavano isolati, messi in condizione di non nuocere, di non attuare le loro idee controrivoluzionarie. Del resto era una politica adottata già ai tempi delle repressioni delle varie polizie zariste e quando noi abbiamo assunto il governo del Paese abbiamo liberato tutti i prigionieri rinchiusi in queste strutture.
Non vorrà mica negare che i diritti umani sono stati violati in…
- Io le potrei citare un’infinità di luoghi simili ai gulag, dove i rinchiusi erano colpevoli solo per il colore della loro pelle o per il loro patrimonio genetico; pensi ai campi di sterminio nazisti che noi abbiamo liberato o, per non citare sempre quell’orrore disumano ed irripetibile, che cosa mi dice sulle riserve in cui erano asserragliati gli Indiani d’America, quei pochi rimasti voglio dire perché gli altri furono sterminati prima. Qual’era la loro colpa? Difendere la loro terra, la loro cultura opponendosi in tal modo all’espansione del grande Capitale che anelava per impadronirsi di quelle terre così fertili e ricche di ogni bene. Chi ha tentato di far rispettare i loro diritti e chi critica in questo momento la politica di quel periodo? Hanno persino inventato un genere cinematografico i “western” per apologizzare un genocidio e lucrare in modo ignobile su quanto era successo. Ma sono sempre stati i vincitori e lo sterminio si è trasformato in un’epopea, l’epopea dei pionieri che sfidano l’ignoto.
Signor Primo Segretario l’epopea, per usare un suo termine, dell’URSS è terminata e con lei il socialismo; che cosa ne pensa di Gorbaciov e del suo nuovo Stato?
- Lo vada a chiedere ai miei connazionali, ma non si fermi nelle stanze del potere o della finanza, dove imperversa la corruzione e la mafia, cerchi più in profondo, tra il popolo, tra quelli che potremo definire gli eterni sconfitti perché è sulla loro pelle che si evolve la Storia.
Seguiremo il suo consiglio signor Primo Segretario, ne può essere certo seguiremo il suo consiglio.
GUALTIERO EPINOT
Redazione:
Gualtiero Epinot
Salvatore Fulgori
Mauro Miletto
Info redazione:
email: ggggualtiero@libero.it
tel: 3490773733 (Gualtiero Epinot)
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